Un Paese sviluppato…?

Arrivo a Londra, come studentessa postlaurea in un corso di Development Management, da cittadina di un Paese che di “development” sembra avere ben poco bisogno. Mi toccano da vicino le storie dei numerosi colleghi provenienti dai Paesi classificati come “developing”: Pamela, cresciuta in uno slum nel Brasile del nord; Rajiv, scappato da Ahmedabad dopo i disordini del 1992; Eileen, ugandese testimone di tre guerre civili. E molti altri ancora, uniti per la maggior parte da un sistematico denominatore comune: quello di essere a Londra, in una leading university per lo sviluppo internazionale, al fine di poter poi rientrare nel proprio Paese, disponendo degli strumenti pratici e gnoseologici per agire concretamente sul sistema locale in crisi. Arrivo a Londra, ed il mio Paese è il ventiduesimo nel mondo per reddito pro capite: le storie dei colleghi dal mondo developing sono intense, ma, penso, ben separate dalla mia. A che potrebbe mai servire un mio ritorno, quando nel mio Paese come sviluppo siamo già ben a posto? Arrivo al punto da ironizzare sulla questione, sì certo, in effetti potrei anche tornarci in Italia; il sistema dei servizi è carente a tal punto che potrei specializzarmi in logistica ed iniziare una buona carriera. Ironizzo, e sono piuttosto lontana dal pensare a quanta verità accademicamente misurata il mio sarcasmo possa nascondere.

C’è un indice, elaborato da Transparency International sulla base dei dati raccolti dalle maggiori istituzioni dell’economia mondiale, volto a misurare la solidità delle istituzioni in 180 Paesi. Un’impresa quantomeno ambiziosa, non tanto per la portata quasi globale dell’indicatore stesso, quanto per la complessità intrinseca della misurazione: quali variabili scegliere, infatti, per stabilire il grado di buon funzionamento di un sistema implicitamente composito come quello istituzionale? La proxy scelta, ovvero la variabile chiave volta ad approssimare tale idea, è quella della perceived corruption: dove corruption va intesa nel senso più strettamente etimologico del termine, i.e. il malfunzionamento generato dalla diversione privata di ciò che è pubblico. L’indice si chiama proprio Corruption Perception Index, ed è calcolato su base annuale fondandosi su surveys oggettive (misurazioni di performance pubblica nazione per nazione) e soggettive (sondaggi di opinione condotti nei settori interessati). L’idea del CPI, imitato ed adattato per Paese da più studi negli ultimi decenni (si veda un interessante contributo in Golden and Picci 2005), è pertanto quella di riassumere in un unico indicatore comparativo gli elementi di incidenza della corruzione-mismanagement sui sistemi istituzionali delle nazioni.

Ebbene, nel ranking mondiale del CPI, l’Italia è sessantatreesima. A pari merito con noi c’è l’Arabia Saudita, mentre la Tunisia segue a ruota: davanti a noi, che vantiamo un indice del valore di 4.3, figurano nazioni quali il Bhutan (5.0); il Botswana (5.6); Puerto Rico (5.8). Niente male, per un Paese il cui dinamismo industriale ha guadagnato la ventiduesima posizione globale per produttività: nel ranking globale, tra lo sviluppo economico ed il livello di funzionamento delle istituzioni in Italia, vi sono quarantuno posizioni di differenza. Niente male davvero, soprattutto quando emerge che, regione per regione, la misura di malgestione del settore pubblico si correla significativamente con i livelli di abuso del potere politico, misurati da Golden e Picci (2005) sulla base delle charges contro i membri del Parlamento durante la XI legislatura. E’ interessante ritrovare il proprio Paese come caso da manuale di corruzione sistemica, volto a spiegare la differenza tra mismanagement accidentale e malgestione istituzionalizzata: una sera tra le letture del corso trovo Heywood (1997), e realizzo che la “bribe city” cui esso si riferisce altro non è che l’italianissima Tangentopoli.

Come argomentato precedentemente in questo blog, l’essenza del development management è proprio quella del non essere riconducibile ad una disciplina tematica specifica, dal momento che è la stessa natura della professione ad includere elementi polidimensionali di economia, scienza politica, sociologia contestuale. Da questo punto di vista, stupisce meno l’apprendere che l’intervento nei Paesi in via di sviluppo si basa in primo luogo su una variabile chiamata accountability: ovvero, il livello di affidabilità degli enti pubblici nel gestire i fondi e le risorse ad essi allocati. Guardo il mio Paese tra gli output dell’econometria, lo isolo dalle faville del made in Italy e del sistema di produzione distrettuale, e lo ritrovo posizionato tra Cuba e la Tunisia: leggo i report delle più recenti inchieste in materia di economia criminale, e, dalla fragilità misurata delle nostre istituzioni reggenti, capisco come per essa sia stata possibile un’infiltrazione ambientale silenziosa, “anonima e mimetica” nelle parole di Carlucci e Caruso (2009). Mimetica è un termine forte in questo contesto, il riferimento all’imitazione – mimesis – delle istituzioni correnti rimanda proprio alla debolezza intrinseca delle stesse, a quanto esse si siano rese imitabili e confondibili con la parapolitica delle gestioni criminali: guardo il mio Paese da development professional, e la differenza tra la mia condizione e quella dei colleghi dal mondo developing appare ai miei occhi sempre meno chiara. Se è l’accountability a contare, piuttosto che la performance industriale o la produttività delle nicchie di successo, l’Italia figura tra quei Paesi classificati come aventi bisogno, ora come mai, di un intervento esterno di sviluppo, e forse tornare indietro, per me cittadina di un Paese brillante e sviluppato soltanto a parole, non sarebbe stata una scelta così particolare.

Riferimenti:

Corruption Perception Index – ranking mondiale (2009): http://www.transparency.org/policy_research/surveys_indices/cpi/2009/cpi_2009_table.

Golden, M.A., and Picci, L. (2005). Proposal for a new measure of corruption, illustrated with Italian data. http://anti-corr.ru/archive/golden_picci.pdf.

Heywood, P. (1997). Political corruption: problems and perspectives. http://www.mgimo.ru/fileserver/2004/kafedry/eng7/Political_corruption.doc

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